Un viaggio molto lungo si è manifestato nel corso di questo intenso anno di lavoro su me stessa. Dalla presenza costante di Maria alla compassione di Kwan Yin, dalla forza e dalla difesa di Atena e Kali alla contemporanea presenza di Ishtar che ha attratto la mia attenzione.

La mia curiosità e il mio lavoro costante con Ishtar, la costruzione della struttura piramidale con il nodo schen e il bastone Uas, la scoperta dei monoliti la loro apparizione sulla terra proprio nell’esatto momento in cui erano stati terminati i miei… e la costruzione nel solstizio d’inverno della struttura di guarigione per la terra, mi ha portato sempre più dentro a questo antico desiderio di conoscere ancor di più gli antichi riti.

La potente Ishtar alle mie pressanti domande mi inviò un ricordo, una guida, un tesoro inestimabile: una antica sacerdotessa Miko, guerriera potente nella tradizione shintoista del Giappone.

Le simbologie furono molto interessanti, tale sacerdotessa ha cominciato a insegnarmi rituali di abluzione, purificazione del corpo e dell’anima.

La mia curiosità ha continuato a chiedere spiegazioni alla grande dea e lei mi ha mostrato che dalle profondità dell’Africa alla Mesopotamia all’Egitto, con tre caratteristiche differenti, dopo l’enorme battaglia che ci fu in Mesopotamia si spostarono in Giappone.

La tradizione scinto nasce da due esseri che sono arrivati in Giappone e hanno fatto nascere questa nuova popolazione ove svilupparono una spiritualità retta dall’ integrità e dall’ onore.

Si riconosce nella sacra Amat o Amaterasu la dea Ishtar grazie allo specchio in cui è raffigurata: una stella a otto punte, il sacro simbolo di Ishtar.

Il percorso è ancora lungo ed è molto ricco di sorprese e di rivelazioni ma questa è la sua storia.

Michela Chiarelli

 

 

 

Miko

“Il termine miko (巫女?) indica le giovani donne che lavorano presso i templi shintoisti.

La tradizione delle miko risale alle antiche ere del Giappone. In tempi remoti le donne che entravano in trance, dando voce alle parole del Dio, venivano chiamate miko (sacerdotesse), in maniera non dissimile alle sacerdotesse dell’Oracolo di Delfi.

Più avanti, “miko” diventò il termine per indicare le giovani donne al servizio di altari e templi shintoisti. Erano spesso le figlie dei sacerdoti incaricati di prendersi cura di uno dei santuari. I ruoli della miko includevano l’esibizione in danze cerimoniali (miko-mai) e l’assistere i sacerdoti in varie funzioni, soprattutto nei matrimoni. La tradizione continua, ed ancora oggi le miko possono essere trovate in parecchi santuari shintoisti. Nei tempi moderni, le miko sono soprattutto volontarie, oppure lavoratrici part-time. I loro doveri includono l’assistere alle funzioni del santuario, esibirsi in danze cerimoniali, offrire Omikuji (un genere di oracolo) e prendersi cura della vendita di tutti quegli oggetti associati al santuario stesso.

È piuttosto difficile dare una definizione precisa dell’equivalente occidentale alla parola giapponese “miko”, comunque “vergini dell’altare”, per quanto impropria, è quella usata più di frequente.

Altri termini sono stati usati come succedanei, quali profetesse, medium, sacerdotesse, suore, streghe.

C’è da sottolineare che, malgrado lo shintoismo comprenda sacerdoti donna, esse non sono miko. È anche importante notare che le miko non hanno lo stesso grado di autorità di un sacerdote, per quanto possano ricoprire gli incarichi di un chierico anziano se non c’è disponibile alcun sacerdote. Le uniche eccezioni a questa norma avvenivano in antichità, quando le profezie rivelate dalle miko erano considerate come ispirate dalla stessa voce dei Kami (le divinità).

Teoricamente, requisito iniziale per essere miko era quello di essere vergine, però storicamente vennero fatte eccezioni a questa regola, in favore di donne dotate di grande carattere. È probabilmente vero che, quando una donna che stava servendo ad un santuario si sposava, abbandonava il suo ruolo di miko per occuparsi del marito e della nuova famiglia. Questa regola è stata pressoché completamente rimossa nei tempi moderni, anche se la maggior parte delle miko ancora oggi, quando si sposa, lascia il servizio al santuario o il corso di apprendimento per diventare sacerdotessa.

Ci sono state però miko con una particolare forza spirituale che hanno potuto continuare il servizio anche dopo il loro matrimonio.

Il costume tradizionale, o veste, di una miko consiste di un hakama rosso. che può essere sia in foggia di pantaloni che di gonna, della tunica bianca del kimono con grandi maniche, spesso orlate di rosso ed è associato ai tipici calzari giapponesi, i tabi. Occasionalmente alcuni altari, come il Santuario di Tsurugaoka Hachiman a Kamakura, vestono le loro miko in altri colori. Per le miko è anche comune portare nastri e fiocchi ai capelli, o altri ornamenti, comunque colorati di rosso o di bianco.”

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Onna bugeisha

Un’onna-bugeisha (女武芸者 lett. “Artista marziale femminile”) era un tipo di donna guerriera appartenente alla nobiltà giapponese. Molte di queste donne potevano partecipare alle battaglie, comunemente accanto agli uomini samurai. Erano membri della classe dei bushi nel Giappone feudale e venivano addestrate all’uso delle armi per proteggere la loro casa, la famiglia e l’onore in tempo di guerra. Icone significative come Tomoe Gozen, Tsuruhime, Nakano Takeko e Hōjō Masako sono alcuni degli esempi famosi di onna-bugeisha.

Molto prima dell’emergere della classe dei samurai e della loro fama, i combattenti giapponesi erano altamente addestrati a maneggiare spade e lance.

Le donne impararono presto ad usare il naginata, il kaiken e l’arte della tantōjutsu in battaglia. Una tale formazione assicurava la protezione per quelle comunità a cui mancavano combattenti di sesso maschile. Una di queste donne, più tardi conosciuta come Jingū (III secolo) utilizzò le proprie abilità per ispirare il cambiamento economico e sociale: secondo la ricostruzione leggendaria ella è conosciuta come l’onna-bugeisha che guidò l’invasione della Corea nel 200 dopo che il marito Chūai, quattordicesimo imperatore del Giappone, fu ucciso in battaglia.

Sempre secondo la leggenda ella portò miracolosamente alla conquista giapponese della Corea senza dover versare una sola goccia di sangue. Nonostante le polemiche che circondano la sua esistenza e le sue realizzazioni, è stata un esempio di onna-bugeisha nella sua interezza. Anni dopo la sua morte l’esempio portato da Jingū è stato in grado di trascendere le strutture socio-economiche che erano state instillate in Giappone. Nel 1881 è diventata la prima donna ad essere presente su una banconota giapponese; progettata per impedirne la contraffazione, la sua immagine è stata stampata su carta oblunga.

Negli anni successivi le donne che si trovavano in primo piano sul campo di battaglia furono l’eccezione piuttosto che la regola. Gli ideali giapponesi della femminilità predisponevano la maggior parte delle donne all’inazione e all’impotenza, in aperto conflitto con un ruolo da guerriera.

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Michela Chiarelli 

 

 

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