« «Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia,
che Cloto impone a ciascuno e compila…» »
(Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27)

 

Una ragazza, e tre donne anziane… e così le fu detto… usa quel che sai, al filo tornerai e se non lo farai…

Così inizia nuovamente la storia… si… ecco perché ho deciso di trasmettere l’arte di tessere la Magia…

Ogni Donna è filatrice e tessitrice… ogni Donna crea… e tesse il suo destino… come il Passato, Presente e Futuro…
Le Parche (in latino Parcae), nella mitologia romana, sono il corrispettivo delle Moire greche, assimilabili anche alle Norne norrene.

 

In origine si trattava di una divinità singola, Parca, dea tutelare della nascita. Successivamente le furono aggiunte Nona e Decima, che presiedevano agli ultimi mesi di gravidanza; infine fu cambiato il nome della Parca in Morta[1]. Esse stabilivano il destino degli uomini. In arte e in poesia erano raffigurate come vecchie tessitrici scorbutiche o come oscure fanciulle. In un secondo momento furono assimilate alle Moire (Clòto, Làchesi e Àtropo) e divennero le divinità che presiedono al destino dell’uomo. La prima filava il filo della vita; la seconda dispensava i destini, assegnandone uno a ogni individuo stabilendone anche la durata; la terza, l’inesorabile, tagliava il filo della vita al momento stabilito. Le loro decisioni erano immutabili: neppure gli dèi potevano cambiarle. Venivano chiamate anche Fatae, ovvero coloro che presiedono al Fato (dal latino Fatum ovvero “destino”).

Nel Fòro, in loro onore, erano state realizzate tre statue, chiamate tria Fata (“i tre destini”).[2]

Le Parche appaiono anche nel film d’animazione Disney Hercules sotto forma di orribili vecchie. Possiedono un paio di forbici per tagliare il filo della vita esattamente come le Parche mitologiche e un solo occhio che condividono a turno, come le Graie.L’arcolaio è uno strumento semplice che viene utilizzato per dipanare le matasse

Erano tre:

Cloto, nome che in greco antico significa “io filo”, che appunto filava lo stame della vita.
Lachesi, che significa “destino”, che lo avvolgeva sul fuso e stabiliva quanto del filo spettasse a ogni uomo
Atropo, che significa “inflessibile”, che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile.
La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi corrisponderà una vita assai breve, come quella di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90 anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo.

Si tratta di tre donne dall’anziano aspetto che dimorano nel regno dei morti, l’Ade.
Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.

Pindaro, in epoca più tarda, le indicò invece come le ancelle di Temi, al suo matrimonio con Zeus.

Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all’obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l’ordine dell’universo, al quale anche gli dei erano soggetti.

Nonostante molti pensino che le Moire avessero un solo occhio e che se lo passassero vicendevolmente, come nel film di animazione Disney Hercules, bisogna dire che si tratta di una convinzione errata.

Questa caratteristica, infatti, è propria delle Graie, come si può ben notare nel mito di Perseo, dove queste ultime vengono descritte con un solo occhio e un solo dente, dei quali fanno uso a turno. E sarà proprio questa loro debolezza che permetterà a Perseo di scoprire il nascondiglio delle Gorgoni.

Il filo rosso del destino (運命の赤い糸 Unmei no akai ito?) è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Secondo la tradizione ogni persona porta, fin dalla nascita, un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella.

Il filo rosso noi lo indossiamo al polso sinistro per proteggerci.

Il filo ha inoltre la caratteristica di essere indistruttibile: le due persone sono destinate, prima o poi, a incontrarsi e a sposarsi.Nasce dalla necessità di soddisfare esigenze materiali basilari, come coprirsi, per difendersi dagli sbalzi di temperatura e dagli eventi atmosferici. La storia della tessitura segue passo passo quella dell’umanità, cercando di migliorare i manufatti e velocizzare il lavoro, l’uomo costruisce macchinari sempre più complessi, sino ad arrivare al punto, durante la rivoluzione industriale, in cui le macchine condizionano e determinano la vita di un’ampia fetta della popolazione europea occupata nel settore tessile.

Lo scopo essenziale della filatura consiste nell’ottenere un prodotto finale il più possibile omogeneo, ovvero dotato di uniformi caratteristiche di resistenza, titolo, colore, pulizia ed elasticità. In sostanza la filatura è un insieme di operazioni che trasforma una fibra grezza in un filato. Il filato è un filamento resistente, omogeneo e sufficientemente lungo per poter essere usato sia nella fabbricazione dei tessuti, sia nella confezione a maglia e anche come filato per cucito o anche ricamo.

Premesso che le fibre possono presentarsi in fiocco (lana, cotone, ecc) o a filamento continuo (seta e fibre sintetiche)[1], la filatura può essere eseguita su:

Fibra in fiocco corta
Fibra lunga in fiocco
Fibra a filamento continuo
È inoltre da precisare che le fibre sintetiche possono essere altresì tagliate e trasformate in fiocco. Lo scopo di tale operazione è quello di poterle lavorare insieme, ad esempio, ad altre fibre non a lunghezza illimitata. Le fasi di lavorazione cambiano in relazione alla tipologia della fibra di partenza, in particolare sulla base della lunghezza delle fibre.

Per trasformare una massa di fibre in un filato l’operazione indispensabile è la torcitura. Il filato è il prodotto derivato dall’unione di una grande quantità di fibre tessili che, generalmente, presenta caratteristiche di sofficità a differenza del filo che è sottile, di lunghezza teoricamente illimitata, formato da una o più bave di seta o di fibre sintetiche o artificiali, filate in continuo; nei confronti del filato, esso risulta solitamente di sezione più regolare, liscio, rigido, brillante, ma meno morbido e termicamente meno isolante.

Detta anche filatura tradizionale, è l’insieme delle operazioni necessarie alla trasformazione delle fibre tessili (esclusa la seta) in filato.

La filatura impropria descrive tipicamente la produzione delle fibre artificiali e sintetiche con la filiera.I primi tessitori apparvero nel neolitico, costruivano telai molto semplici, poco più di un’intelaiatura rettangolare in bastoni o pali di legno messa in posizione verticale. La tensione dei fili di ordito era ottenuta tramite pesi, in argilla o pietra, che si trovano numerosissimi negli scavi archeologici. Utilizzavano lino e altre fibre vegetali.

Nell’antichità la tessitura era gestita in ambito familiare o con piccole imprese artigianali, ma già presso i Romani le fasi della lavorazione della lana e del lino cominciarono ad essere organizzate in officine specializzate in una sola lavorazione dove la manodopera era fornita dagli schiavi. Con la rete dei commerci giungevano in Italia materie prime e coloranti non solo dal Mediterraneo ma anche dall’oriente.

In Sicilia gli arabi portarono la produzione e manifattura della seta e Palermo durante il periodo normanno divenne il principale centro italiano per la produzione di tessuti preziosi in seta e oro, tra gli altri, il famoso mantello dell’incoronazione di Ruggero conservato a Vienna.

Con il crollo dell’impero romano la tessitura ritorna a una gestione locale, solo verso la metà del XII secolo riprende con una produzione organizzata grazie alla confraternita degli Umiliati, dedita alla lavorazione della lana, che partendo dal Milanese costruì coi suoi conventi una prosperosa industria che si diffuse in tutto il nord Italia.Indispensabile è avere del filato, fibra tessile ritorta (filata) a formare un filo.
Preparazione del progetto con calcolo dell’ordito, la messa in carta.
Preparazione dell’ordito sull’orditoio.
Montaggio sul telaio dell’ordito (armatura): caricamento del subbio posteriore, passaggio dei fili dell’ordito nelle maglie dei licci, passaggio nelle fessure del pettine, legatura al subbio anteriore.
Apertura del passo.
Inserimento della trama (tessitura) con la navetta.
Battitura col pettine per avvicinare i fili e compattare il tessuto.
Man mano che il lavoro procede srotolamento dell’ordito e arrotolamento del tessuto fatto.
Smontaggio della pezza quando finisce l’ordito.
Finissaggio, finitura del tessuto (eventuali cimatura, garzatura, calandratura, follatura) o dei pezzi (orlatura, legatura delle frange).

 

per ritrovarci… per ristabilire le forze del cosmo in noi…