Lucia, storia di una veggente Italiana

Oh Santa Lucia
Piglit u’ dolor cu a cuccija

Oh Santa Lucia
Dammi a saluti piglit a cuccija!

Quand’ero piccola, attendevamo con gioia infinita Santa Lucia, la nonna cuoceva il grano, la cuccia, (accento sulla i) per onorare gli occhi della Santa.

Nonna metteva a cuocere il grano poi lo copriva e lo metteva vicino alla finestra.

Io le chiedevo continuamente spiegazioni e lei mi spiegava che, Santa Lucia quella notte sarebbe passata in ogni casa prendendo un po’ di grano per i poveri, prendendo in carico le preghiere sincere.

Si, nonna diceva che Lucia aveva il dono santo della vista, vedeva nel profondo di ogni cuore, guardava ogni situazione, passando di casa in casa carica di attenzione per tutti, lasciando salute e qualcosa di delizioso, per noi dell’epoca, erano le uova di gallina da mangiare fresche, un po’ di formaggio buono, cose deliziose per gente semplice.

Alla sera si accendevano le candele e si pregava… Si, ricordo che si andava a letto con una strana gioia nel cuore.

Al mattino assistevamo al miracolo, Lucia era passata e aveva lasciato la sua impronta nel grano cotto, che condito poteva essere condiviso con i vicini e mangiato.

Grazie Lucia custode della notte che tutto il dolore porta via, grazie Lucia.

Lucia era una giovane siracusana vissuta attorno al III-IV secolo.

Secondo la tradizione, era una bella ragazza promessa in sposa ad un giovane patrizio suo concittadino.

Un giorno, la mamma di Lucia, Eutychie, a causa di una malattia, fu colpita da una grave emorragia.

La giovane, disperata, partì per Catania per andare ad implorare la grazia sulla tomba della Martire Agata.

Giunta sulla tomba, le apparve proprio la stessa Agata chiedendole di dedicare la propria vita ai più poveri, ai piccoli emarginati e sofferenti.

Tornata a Siracusa, Lucia iniziò, subito, a realizzare la missione affidatale.

Prima di tutto ruppe il fidanzamento.

Poi si dedicò a distribuire i beni della sua cospicua dote ai più poveri, percorrendo i lunghi e angusti cunicoli delle catacombe, con una lampada fissata al capo.

Il fidanzato abbandonato non accettò la sua decisione non tanto perché si rendeva conto di avere perso l’amore della ragazza ma perché aveva visto sfumare la possibilità di impossessarsi delle ricchezze che avrebbe dovuto portare in dote Lucia.

E tale fu il suo dispetto da indurlo ad accusare l’ex-fidanzata, davanti al terribile prefetto Pascasio, di essere cristiana.

Erano gli anni nei quali il cristianesimo era ferocemente perseguitato da Diocleziano, ma anche il tempo dei più fulgidi esempi di fede, tra i quali rientra anche Lucia stessa.

Arrestata, minacciata e torturata, si proclamò comunque seguace di Cristo e non accettò di abiurare la propria fede.

Essendo una ragazza troppo forte per essere “piegata”, doveva morire.

Così, Lucia venne esposta nel pubblico postribolo e non esitò a testimoniare proprio la tenacia e la coerenza che i romani le imputavano.

Ed affermando che “il corpo viene contaminato solo se l’anima acconsente”, diede modo, agli astanti, di assistere ad un fatto prodigioso: nessuno, nemmeno sei uomini e sei i buoi, riuscirono a smuovere il suo esile corpo divenuto, miracolosamente, pesantissimo.

Prima dell’esecuzione capitale avvenuta il 13 dicembre, però Lucia riuscì a ricevere l’Eucaristia e preannunciò sia la morte di Diocleziano, avvenuta di lì a pochi anni, sia la fine delle persecuzioni, terminate, secondo una versione tradizionale della storia, nel 313 d.C. con l’editto di Costantino che sanciva la tolleranza religiosa e la libertà di culto.

La leggenda raccontata ai bambini narra che la giovane Lucia abbia fatto innamorare un ragazzo che, abbagliato dalla bellezza dei suoi occhi, glieli abbia chiesti in regalo.

Lucia acconsente al regalo, ma gli occhi miracolosamente le ricrescono e ancora più belli di prima. Il ragazzo chiede in regalo anche questi, ma la giovane rifiuta, così viene da lui uccisa con un coltello nel cuore.

Un tempo il solstizio d’ inverno cadeva proprio nella giornata del 13 dicembre e in tale circostanza nelle campagne era uso praticare una specie di perequazione: chi aveva avuto raccolti più abbondanti ne donava una parte ai meno fortunati.

Si riallaccia ad analoga forma di solidarietà la storia di un presunto miracolo che risale al sedicesimo secolo.

Si narra infatti che il Bresciano fosse stato colpito da una grave carestia e che alcune signore di Cremona avessero organizzato una distribuzione di sacchi di grano da lasciare anonimamente sulle porte di tutte le famiglie.

Così una carovana di asinelli carichi raggiunse Brescia presa nella morse della fame: ma poiché la distribuzione avvenne di nascosto, la notte tra il 12 e il 13 dicembre, si pensò che fosse stata una grazia della martire.

L’ antica ospitalità, poi, voleva che si accogliessero nelle case i pellegrini che cercavano riparo dal freddo e questi ultimi, a loro volta, prima di ripartire, dovevano lasciare un dono sulla porta della casa che li aveva accolti.

Con il trascorrere del tempo si consolidò così l’ usanza di fare regali in occasione del 13 dicembre.

Michela Chiarelli ©