L’Intervista: “Il Suono che Guarisce”

Dialogo con Michela Chiarelli sulla Erian Harp Academy

Giornalista: Michela, la tua accademia non è una scuola di musica tradizionale. Dici spesso che l’arpa è una “porta”. Cosa intendi?

Michela: Intendo che l’arpa non è un oggetto di legno e corde, ma uno specchio. Quando insegno, non guardo solo le dita dell’allieva, ma ascolto la risonanza del suo corpo. L’accademia nasce per chi sente che la musica è una necessità dell’anima. Molti arrivano da me per imparare la tecnica, ma restano perché scoprono che, attraverso l’arpa, possono finalmente darsi il permesso di esistere e di raccontarsi.

Giornalista: Hai iniziato a trent’anni, sfidando i pregiudizi accademici. È questo che ti rende così empatica con chi inizia da adulta?

Michela: Assolutamente sì. La maturità è un valore aggiunto, non un limite. Chi inizia a 40 o 50 anni porta con sé un vissuto che un bambino non ha. Io insegno a tradurre quel vissuto in suono. Non mi interessa formare esecutori meccanici, ma artisti consapevoli che usano le frequenze per ritrovare la propria pace interiore.

Giornalista: C’è molta curiosità per il metodo “Erian Signature”. In che modo lo sciamanesimo entra in una lezione di arpa?

Michela: Lo sciamanesimo è ascolto della natura e degli antenati. Nel mio metodo, questo si traduce nell’intenzione che mettiamo in ogni nota. Usiamo la geometria sacra e le frequenze vibrazionali per far sì che lo studio dello strumento diventi una pratica di meditazione attiva. È un’eredità che porto avanti da sette generazioni: il suono come medicina, non come performance.

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